Anni ’60. Nelle spire dell’industria culturale. LUCIANO BIANCIARDI, LA VITA AGRA

tognazzi.vita agra

un fotogramma del film La vita agra, diretto da Carlo Lizzani

Nel gioco delle date, che sovente è fine a se stesso oppure buono per gli astrologi che vogliono attaccar bottone in treno, il 1922 annovera, fra gli infiniti altri, due eventi in apparenza non commensurabili: la Marcia su Roma (il 28 ottobre) e la nascita di Luciano Bianciardi (14 dicembre). Una ventina d’anni più tardi, quel bambinetto, diventato studente universitario, scriverà una lettera a Mussolini intimandogli di dimettersi, così, di punto in bianco. Non se ne fece niente, il  Duce aveva altro da pensare, e fu peggio per lui: se avesse dato retta a quella guasconata del Bianciardi giovane sarebbe stato meglio per tutti. Le guasconate stanno alla Provincia come il Demone a Socrate: entità assidue e talvolta tiranne capaci di governare una vita intera. Il demone di Bianciardi, figlio della provincia toscana (GR), domina il suo romanzo più famoso, La vita agra, imponendo il suo imperativo apocalittico: il protagonista deve trasferirsi a Milano per far saltare la sede dell’industria chimica (dirigenti compresi) responsabile della morte di quarantatré operai. Ma prima di compiere il gesto vendicatore, il protagonista del romanzo deve ingegnarsi a sbarcare il lunario, così dopo varî lavori finisce tra le spire dell’industria culturale che in quegli anni ’60 si sta espandendo sulla scia del boom. Le pagine dedicate all’editoria e alla sua fauna sono irresistibili, come dimostra questo colloquio del protagonista con la responsabile dell’ufficio traduzioni di una nota casa editrice.  

La vedova fu ferma e gentile quando mi convocò per dirmi che il mio saggio di traduzione non era stato troppo soddisfacente.
«Benedetto figliolo,» mi disse. «Ma perché non ha seguito i miei consigli? Le avevo detto, no?, fedeltà al testo. E guardi qua. Dove siamo, dunque» Sfogliava le mie cartelle tutte corrette a lapis.
«Sì, quel punto dove il capitano invita i suoi uomini all’assalto della trincea nemica. Le sue parole… Sì, ecco. Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. Ora guardi il testo inglese. Dice…» Adesso sfogliava il libro, e trovò la crocetta al margine. «Il testo dice: Come one boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come one boys vuol dire venite su ragazzi, e così bisogna tradurre. Lei mi mette l’opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l’alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l’inglese com’è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce?, come a salutare la bandiera sul pennone.» E con la mano fece anche lei il gesto di chi alza un cappello. Mi provai a dire qualcosa, ma lei m’interruppe.
«Lo so, il risultato è lo stesso, quando uno alza il suo cappello, si scopre, ma allora bisognerebbe precisare che scoperto rimane il suo capo. Dire, non so, che i marinai scoprirono i loro capi, oppure le loro teste, ma così risulterebbe un po’… come dire?… un po’ faticoso.» Sorrise. «Io lo dico sempre ai traduttori: non cercate di inventare, stata sempre dietro al testo, che oltretutto è più facile. La ciurma alzò i loro cappelli, dunque. Lei poi, vede?, tende a saltare, a omettere parolette, che invece vanno lasciate, perché hanno la loro importanza. Più avanti, per esempio, lei mi traduce: Gli strinse la mano. Ebbene, l’inglese è più preciso, e dice infatti: He shook his hand, cioè egli strinse, ma più precisamente scosse, la sua mano, o se vuole, meglio ancora, egli scosse la mano di lui.» Continuava a sfogliare le mie cartelle. Io ero ammutolito.

Luciano Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli

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