Il diavolo dentro la specchiera. MARIA ATTANASIO, CORREVA L’ANNO 1698…

piero fornasettiincisione di Piero Fornasetti

C’è questo librino piccolo, un centinaio di pagine scarse, che contiene la storia di una persona piccola – una bracciante di quelle che è il padrone a decidere con chi si sposeranno e che morto il marito di farle lavorare non se ne parla più.
Anche il narratore è piccolo: tal ceramista Giacomo Polizzi, poveraccio e pressoché analfabeta, eppure decisissimo a redigere una cronaca del suo paese – piccolo pure lui – Calacte, in Sicilia. Le armi che ha sono quelle che sono ma cosa importa, pur di raccontare il ceramista scrittore si inventa una lingua tutta sua, quella lingua che Maria Attanasio, riscoprendo e ri-raccontando la vicenda, lascia trapelare qua e là come attraverso un pizzo: e allora ecco una giovane donna che non fa la domestica ma la criata, i personaggi intarsiati che giocano a sicutarsi senza prendersi mai, la gebbia che raccoglie l’acqua per irrigare i campi, quella truscia sventolata vezzosamente come una borsetta da città.
Una lingua concreta e solida come lo fu Francisca, vedova che invece dell’abito nero indossò vestiti da uomo e come uomo continuò a lavorare, e che agli Inquisitori che le diedero della strega riuscì a strappare il permesso di vivere come meglio piacesse a lei.

Roberta Sapino

«Quando era vivo mio marito, prima del terremoto» racconta Francisca «una volta sono andata nel palazzo del barone Murso dove mia sorella faceva la criata. Le maniglie delle porte erano di oro massiccio, e c’era una cucina grande come una chiesa, piena di pignatte di rame e decori bianchi e blu a terra e alle pareti. Ma la cosa più meravigliosa che ho visto, non solo allora, ma in tutta la mia vita, è una specchiera grandissima, con una cornice tutta intarsiata e di pietre preziose, con scene di uomini e donne nudi che si sicutavano tra gli alberi, e bambinelli, come gli angeli delle chiese, ma più grossetti e con le ali piccole.
[…]«Mi sono avvicinata alla specchiera e rimasi infatata dalle mie stesse pupille che si ingrandivano sempre più.
«Per fortuna mia sorella mi toccò e l’incantesimo finì, perché se uno guarda fisso, in quella specchiera, compare un diavolo, che ti attira lì dentro certe volte con corna, forconi e fiamme, certe volte travestito da bellissimo cavaliere.
[…]Ma dentro il diavolo non ce l’ho mai visto, né con zoccoli di capra, né con abiti di cavaliere. Ci ho trovato solo la mia faccia stanca e hominigna».
[…] Si alza. «Vado a lavarmi la faccia alla gebbia» dice, lasciandosi alle spalle il mormorare degli uomini, di cui afferra solo qualche brandello di conversazione.
«Hai una camminatura da regina» le dice uno ad alta voce, «o da re» aggiunge un altro, ammiccando.
Francisca si volta: «Da re» lei risponde. «Chi comanda è il re» e scherzosamente agita verso di loro la truscia.

Maria Attanasio, Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Sellerio

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