False vocazioni: l’attore che divenne poeta. MARINO MORETTI, VIA LAURA

attore doppio allo specchio

Questa è la storia – un piccolo frammento – di un ragazzino che andava male a scuola e che finì per diventare poeta. Dico finì per diventare, perché prima provò a fare l’attore. Tutti i percorsi individuali sono insondabili, persino quelli delle persone vicine, figuriamoci quello di un ragazzino nato e cresciuto a Cesenatico agli inizi del ‘900. Eccolo, dunque, sedicenne e accompagnato dal suo babbo, che varca la soglia di un’importante scuola di recitazione di Firenze diretta da Luigi Rasi, un attore di fama e soprattutto d’intelletto, il quale si rende subito conto che il ragazzo non è tagliato per le scene ma lo prende ugualmente con sé per avviarlo alla letteratura: un merito non piccolo perché il giovane attore mancato Marino Moretti si ritaglierà un angolo appartato ma imprescindibile nella nostra letteratura del ‘900. Questo è il succo, ma nel racconto autobiografico dell’autore, scritto molti anni dopo questa mancata educazione teatrale, affiorano alcuni temi che ricorreranno in tutta la sua opera: la provincia, la quotidianità, e anche le tracce di un rapporto edipico non del tutto elaborato da cui scaturisce una certa aggressività nei confronti del babbo.  

Arrivati a Firenze, mi parve che mio padre si comportasse malissimo, specie all’albergo dove era volgare con tutti, sempre per via della pronunzia, e guardava torvo il facchino che gli rispondeva invece con accento paradisiaco. Le piroette verbali della mia futura padrona di casa finirono con l’indispettirlo: non era questo un modo di infinocchiare la gente di fuori? Peggio, quando nell’atrio della mia nuova scuola insisteva per vedere il signor direttore ch’era stato un attore di primo ordine e a lui non andava a genio che il direttore di una scuola governativa fosse stato un attore di primo ordine.
— Buon giorno, signor direttore. Ecco il mio ragazzo che vuole…—
— Sì, ho capito. Che vuole andar sulle scene. Tutti vogliono andar sulle scene. E i genitori li incoraggiano, no?

Ricordo che una volta, e precisamente in piazza del Duomo, di fronte al campanile di Giotto, voltando, purtroppo; le spalle alla loggetta del Bigallo, elegantissima, io provai un piccolo atto di ribellione a quel pover uomo: — Sai, papà, si dice stélle, non stèlle, si dice Firènze, non Firénze — e non m’accorgevo di incrudelire, di frugar nella piaga… Firènze, Firènze, e lui avrebbe continuato a dire Firénze. Non fosse che per dispetto all’idea della mia nuova carriera, e non sapeva ancora che mi sarei dato alle lettere, cioè alla poesia, avrebbe giustamente sostenuto il suo diritto alla cattiva pronunzia. Era impaziente di andarsene e non sapendo che cosa strologare contro la città in cui dovevo subito cominciare a formarmi, assicurava, per averlo letto nei libri, che si parla bene a Siéna e non a Firenze.
— Papà, si dice Sièna, non Siéna.
Insisteva, ingenuamente incaponendosi, per aver letto o sentito dire che la bella lingua è anche delle montagne sopra Pistòia.
— Si dice Pistóia, non Pistòia, papà.
Era una cosa molto triste.

 Marino Moretti, Via Laura, “Tutti i ricordi”, Mondadori

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