Un fuori programma (radiofonico e poetico) con CARLO EMILIO GADDA

gadda antenna buonaUn Gadda poeta. Inconsueto, vero?, e per di più poeta licenzioso che costruisce il suo sonetto intorno a una  metafora fallica: con tutte le cautele gaddiane del caso, cioè coi travestimenti linguistici nei quali il Nostro è maestro. Il campionario verbale che Gadda mette sul tavolo, gettone dopo gettone, è di conio ottocentesco e io spero che gli amici lettori del blog stiano al gioco e accettino questo linguaggio artefatto e volutamente desueto. Non sono in grado di datare esattamente questa piccola composizione; certamente risale ai primordi della radio, quando l’antenna era di fondamentale importanza per il funzionamento dell’apparecchio. Ed è proprio sull’antenna radiofonica che Gadda costruisce un’ardita (anzi, per lui impensabile) similitudine che mette in relazione la svettante propaggine radiofonica con l’inadeguatezza della sua antenna personale – stando almeno al rimprovero della scorbutica Nice.
A proposito: chi si nascondeva sotto questo nome arcaico dal sapore pastorale? Non è importante (anche perché sarebbe impossibile) saperlo: nell’indefinito, il gioco funziona ancora meglio.

 

«Quest’antenna è pur, mia Nice,
Vanto e merto al caro armadio
Donde abbiam sì dolce il suon. »
Mi sogguarda irata e dice:
«Sarà l’arme della radio,
 Non la tua, però, fellon. »

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