La piccola tragedia di un timido. CESARE ZAVATTINI, LETTERE ANONIME

zavattini dito puntatoChi si ricorda di Cesare Zavattini? Gli spettatori cinematografici che conoscono un poco la grande stagione neorealista lo associano, come sceneggiatore, a Vittorio De Sica col quale firmò alcuni capolavori. Tre titoli bastano: Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano.
Agli spettatori più giovani o più disattenti  il nome di Zavattini forse non dice molto; invece dovrebbero vedere in lui un battistrada, un precursore.
La cosa andò così: la mattina del 12 novembre 1976, Zavattini era stato invitato come ospite ai microfoni di radio rai. In quegli anni gli speaker della radio (per non parlare degli attori) erano tenuti a parlare un italiano forbito, asettico, dignitoso, senza inflessioni dialettali  e soprattutto attento a non urtare la suscettibilità di nessuno.
Sul finire della trasmissione  il conduttore chiese a Zavattini se avesse un messaggio col quale chiudere, un concetto che gli sarebbe sempre piaciuto esprimere ma che per qualche ragione non aveva mai reso pubblico. Zavattini si avvicinà sul microfono per ottenere un robusto primo piano e con la sua vociona emiliana disse: “Cazzo!” Raramente una parola sola ne produsse tante quante quel semplice bisillabo: prime pagine, interpellanze parlamentari, tavole rotonde con sociologi, moralisti, studiosi di costume, ecc. L’Italia per un giorno si fermò: nessuno pensava che qualche decennio più tardi il bisillabo sarebbe diventato un condimento linguistico diffuso come l’aceto balsamico di serie b.
Ho ricordato questo piccolo episodio perché, non so come, mi sembra da mettere in relazione col breve racconto di Zavattini sul tragicomico stratagemma di un timido che tenta di evadere dal controllo della moglie. Non so se questo nesso lo vedo solamente io.

Il signor Picotin si affacciò alla finestra. — Che bella sera, — esclamò volgendosi alla signora Picotin che stava leggendo. Ma la sua timidezza gli impediva di esprimere i suoi reali pensieri, infatti dopo un lungo silenzio, disse: — Elvira, vado a comperare un sigaro —. La moglie alzò lentamente il capo dal giornale, suonò il campanello: accorse la donna di servizio. — Maria, il signore ti manda a comperare un sigaro…
La signora s’immerse nella lettura. Maria andò a comperare il sigaro, Picotin si affacciò di nuovo alla finestra. «Mai, mai ch’io possa uscire solo soletto alla sera?» pensava.
Alcune sere dopo i coniugi Picotin stavano terminando il pranzo quando Maria portò una lettera  per Picotin. Questi pian piano l’aprì, si mise gli occhiali, la scorse in un baleno. Erano poche parole. Il signor Picotin si alzò in piedi e gridò: — Ah, ah, ah… — Si fermò in faccia alla signora Picotin, agitò la lettera in aria, poi la gettò sul tavolo esclamando con voce drammatica: — È terribile, è terribile… — E prese il cappello e il bastone e uscì ripetendo: — È terribile, è terribile, — mentre sua moglie esterrefatta leggeva le poche parole della misteriosa lettera: «Vostra moglie vi tradisce».
All’angolo della strada il signor Picotin trovò il suo amico Salon che lo aspettava.
— Com’è andata? — gli chiese Salon.
— Benissimo, – rispose Picotin ridendo, — benissimo. Elvira è rimasta senza parola: io, naturalmente facendo fuoco e fiamme, me ne sono venuto via.
I due amici passarono una serata allegrissima. Quando si separarono, a mezzanotte, Salon disse: — E sabato? Sabato verrà anche Perier, andremo a teatro.
— Sabato, altra lettera anonima. Farò una scenata, una spaventosa scenata e uscirò sbattendo la porta. Tu aspettami alle otto in punto all’angolo della strada.
Il sabato, alle otto in punto, recapitarono una lettera al signor Picotin. La moglie era visibilmente impallidita. Picotin inforcò gli occhiali, lesse la lettera, si alzò in piedi, levò in alto i pugni, poi li abbatté fragorosamente sul tavolo urlando: — È vero, è vero, non può essere che vero. Tu mi tradisci !—
Picotin si avviò verso l’uscio emettendo dei suoni che secondo lui, dovevano dimostrare quanto fosse esacerbato il suo animo.
Stava per varcare la soglia della camera da pranzo quando la moglie lo chiamò: — Picotin… — Picotin aveva appena fatto in tempo a voltarsi che la signora Elvira gli si gettava ai piedi piangendo: — Picotin uccidimi, Picotin scacciami, hai ragione… sono stata un’ingrata; ma fu un momento di debolezza, te lo giuro, Picotin.
La signora Picotin, sempre aggrappata ai piedi del marito, si confessò per un’ora. E non è necessario riferire tutti i particolari che Picotin apprese da lei sulla sua adultera relazione con il signor Dodette.

 Cesare Zavattini, Lettere anonime, “Al macero”, Einaudi

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