Il filo coniugale. LYDIA DAVIS, IL CALZINO

Hoppe

                                    foto di Otto Emil Hoppe

Dopo. Questo racconto di Lydia Davis riguarda il dopo, quando il matrimonio è già stato consumato; senza drammi, perché nel vuoto il dramma  si estingue come la fiamma sotto una campana privata dell’ossigeno. Affiorano, da un presente esangue, frammenti di una nuova vita: la donna con la quale il marito se n’è andato, il figlio che deve trovar posto in un altro ménage parallelo, un libro e, soprattutto, un calzino, reperto apparentemente insignificante di una perduta quotidianità, che diventa, a sorpresa, il vero protagonista di questa piccola storia. 

Adesso mio marito è sposato con un’altra donna, più bassa di me, alta poco più di un metro e mezzo, di costituzione robusta, e naturalmente sembra più alto e magro di prima, e la sua testa sembra più piccola.
L’estate scorsa sono venuti qui per qualche settimana a trovare mio figlio, che è anche il suo. Ci sono stati alcuni momenti di tensione, ma anche qualche bel momento, sebbene non privo di qualche imbarazzo. Mi sono fatta in quattro per loro, soprattutto per il nostro ragazzo. Ho pensato che dovevamo andar tutti d’accordo per amor suo. Vennero diverse volte a trovarmi: usavano il mio telefono e le altre comodità della casa. Risalivano lentamente dalla spiaggia e facevano la doccia, per poi andarsene più tardi, la sera, freschi freschi, con mio figlio in mezzo a loro, mano nella mano.
Quando se ne andavano ero sempre molto stanca. La sera prima della loro partenza mi invitarono a un ristorante vietnamita: ci sarebbe stata anche mia suocera, di passaggio per la città. Un’ora prima dell’appuntamento mio marito mi telefonò pregandomi di guardare se non avevano dimenticato niente durante le loro visite. Trovai un libro, vicino alla porta del garage, e da qualche altra parte uno dei calzini di lui. Prima di andare a cena mio marito aveva portato il libro in casa ma si era infilato il calzino nella tasca posteriore dei pantaloni, e lì rimase per tutta la cena al ristorante, mentre mia suocera, a capotavola, giocava di tanto in tanto con mio figlio, e faceva domande a tutti sulle spezie che potevano trovarsi nel cibo. Poi, quando fummo tutti usciti dal ristorante, mentre stavamo nel parcheggio, mio marito tirò fuori il calzino dalla tasca e lo guardò, chiedendosi come fosse finito lì.
Era una cosa senza importanza, ma in seguito non riuscii a dimenticare quel calzino che affiorava dalla tasca posteriore dei pantaloni, mentre eravamo in un ghetto vietnamita, e nessuno conosceva davvero questa città, ma eravamo tutti lì insieme, ed era strano perché mi sembrò che lui ed io fossimo ancora insieme, lo eravamo stati per tanto tempo, e non potei fare a meno di pensare a tutti gli altri calzini che avevo raccolto, e poi ai suoi piedi in quei calzini, a come la pelle traspariva sul malleolo e sul calcagno dove il tessuto era consumato.
Non riuscii a dimenticarlo, in seguito, anche se quando se ne furono andati trovai qualche altra cosa che avevano lasciato, o piuttosto che sua moglie aveva lasciato nella tasca di una delle mie giacche: un pettine rosso, un rossetto e una boccetta di pillole. Per un po’ questi oggetti rimasero su un ripiano della cucina, e poi su un altro, perché pensavo di mandarglieli, ma continuai a dimenticarmene, finché alla fine li misi in un cassetto per darglieli quando fossero ritornati, perché non sarebbe passato più molto tempo, e solo a pensarci mi sentivo stanca di nuovo.

 Lydia Davis, Il calzino, “Narratori di poche parole”, Guanda. Traduzione Luigi Schenoni.

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