Breve viaggio del grande Cortot nei territori della musica e del sogno. Robert Schumann. Video raro. 2’35”

Molti, moltissimi anni fa il Caso mi fece assistere a un’esibizione dal vivo del grande Alfred Cortot. Riporto questo fatto personale perché ha ormai il valore di una testimonianza storica: era il 1952 e credo che tutti coloro che hanno assistito a un concerto del maestro oggi siano abbondantemente morti; io sono sopravvissuto solo perché a quell’epoca ero un bambino. Posso dire, dunque, di essere l’unico vivente che ha ascoltato Cortot in concerto. Scena: l’austera sala del conservatorio di Bologna, pubblico delle grandi occasioni. Nonostante la mia tenera età, avevo già ascoltato grandi esecutori ma Cortot era diverso da tutti. Immaginate un vecchio (quello che vedete nella fotografia) semicieco che sale i gradini del palco sorretto da un commesso e quindi abbandonato, varato come un vascello in un mare incerto. Ben presto ci si accorse che era stata predisposta una rotta, una striscia di gesso che il maestro, evidentemente, riusciva a scorgere dalla sua semitenebra: quel mucchietto di polvere bianca lo avrebbe condotto al pianoforte. Fu una grande entrata teatrale. E la teatralità straripò sul palco severo quando Cortot, che fino a quel momento aveva puntato la prora del suo profilo nasale sullo Stenway gran coda, si girò di faccia  al pubblico per ringraziare sobriamente con un cenno del capo; quel volto incartapecorito e incorniciato da due bandeau grigi era truccato. Una riga sottile color minio disegnava le labbra disidratate dal tempo; le palpebre consumate nelle notti trascorse sugli spartiti dei grandi romantici erano ombrettate di un azzurro ingenuo che trasformava la pieghe senili in un plissé civettuolo, da fanciulla al suo primo ballo. In programma, per una straordinaria regia del Caso (ancora lui), c’era il Carnaval , l’opera pianistica nella quale Schumann mette in scena un turbine di maschere musicali, da quelle della commedia dell’arte a quelle, ineffabili, dell’anima.
Un video è una ben labile traccia, ma credo che in questi due minuti di lezione il maestro riesca a socchiudere per qualche istante la porta che mette in comunicazione l’interpretazione col sogno.
Di seguito,  la traduzione delle poche parole del maestro. 

L’ultimo brano, “Il poeta parla”, questo è il titolo che Schumann stesso ha aggiunto a questa pagina immortale, dovrebbe essere trasposto in una dimensione di sogno, più intima, no?… Non solo la bella sonorità, la decantazione espressiva della frase, ma un sentimento più sognatore. La verità è che bisogna sognare questo brano, non eseguirlo. Mi permette di prendere il suo posto? … Qui non bisogna legare le due frasi, sono due elementi diversi della stessa condizione musicale… E qui, come una specie d’interrogazione… e qui di nuovo un’altra… teneramente… interrogare l’avvenire… E da questo momento bisogna che s’inscriva semplicemente non nella musica ma, come proveniente dal genio, nell’immortalità… E lasciar svanire le sonorità che devono sparire, spegnersi… Lasciarle semplicemente… in presenza di un sogno che prosegue.

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