Oltre il nemico, oltre il terrestre. JOSEPH CONRAD, CUORE DI TENEBRA

keniota

E’ meglio non tentar di scrivere qualcosa di nuovo su Cuore di tenebra dopo il molto che è stato scritto, è un’opera che continua a produrre forti risonanze, quelle di cui, magari senza che ce ne rendiamo conto, abbiamo bisogno ; basterà dunque ricordare che questo libro è un viaggio unico all’interno di un male che si rivela progressivamente a mano a mano che l’imbarcazione del narratore protagonista Marlow procede sul corso del fiume Congo per una missione commerciale. Scorre il fiume e scorre la narrazione addentrandosi fra le spire di un colonialismo torbido che non è solo sfruttamento dell’uomo ma macchina diabolica e deprivata di senso, mentre si avvicendano sipari di corpi indistinguibili l’uno dall’altro. Dal grumo dell’indistinguibile, una figura si ritaglia, la leggiamo da due occhi stampati su un volto muto e da una mano che meccanicamente afferra un biscotto.
Il romanzo fu pubblicato nel 1902. Va letto, o riletto in questi giorni, oggi, con priorità su molti altri che possono benissimo aspettare.

Certe forme nere stavano accovacciate, sdraiate, sedute tra gli alberi, appoggiate ai tronchi mezzo confuse entro quella luce crepuscolare, nei più vari atteggiamenti della sofferenza, dall’accasciamento, della disperazione. Un’altra mina esplose sul ciglione, seguita da un leggero fremito del terreno sotto ai miei piedi. Il lavoro proseguiva. Il lavoro! E quello era il luogo dove alcuni di quei lavoratori si erano appartati per morire.
Che stessero lentamente morendo, era cosa assai chiara. Costoro non erano nemici, non erano delinquenti, non erano più nulla di terrestre, ormai: niente altro che quei simulacri della malattia e della fame, stramazzati confusamente in quel barlume verdastro. Portati in quel luogo dai più lontani recessi della costa con certi legalissimi contratti temporanei, sperduti in un ambiente ostile, nutriti con cibi non confacenti, si ammalavano, perdevano ogni efficienza, e venivano allora autorizzati a trascinarsi in dispare per risposare. Quelle figure moribonde eran libere come l’aria: e quasi altrettanti tenui. Cominciai a distinguere un luccicar d’occhi sotto le fronte. Allora, abbassando lo sguardo, scorsi, accanto alla mia mano, un volto. Il carcame nero giaceva disteso con una spalla contro l’albero: e vidi le palpebre sollevarsi lentamente e gli occhi incavati guardarmi, enormi, e vacui, come un bianco, cieco balenio. movente infondo all’orbita, che lentamente si spense. L’uomo pareva giovane, quasi un ragazzo: ma sapete bene che con quella gente è difficile giudicare. Non seppi far altro che offrirgli un biscotto rimastomi in tasca. Quelle dita ci si richiusero sopra lentamente e lo tennero stretto: a parte questo, non il più piccolo movimento, non uno sguardo. Aveva un filo di lana bianca legato attorno al collo. Perché? Dove mai lo aveva preso? Era forse un distintivo, un  ornamento, un amuleto, il simbolo di un rito propiziatorio? Era comunque in relazione con un’idea qualsiasi? Aveva un’aria stupefacente, attorno al suo collo ero, quel pezzo di filo bianco venuto di là dai mari.

 Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Einaudi, Traduzione Alberto Rossi

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