Com’era delicato il Vate, da giovane! D’ANNUNZIO, FAVOLE MONDANE

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Sospendete le idiosincrasie antidannunziane, se ne avete, sono diffuse, ne ho sofferto anch’io; questo è un D’Annunzio giovane, poco più che ventenne, non il Poeta-soldato, non l’Immaginifico, non il magnetico Tiranno della divina Eleonora Duse (v. foto), non il Vate della Patria: senza maiuscole, è un giovanotto provinciale che viene dall’Abruzzo desideroso di far carriera e che si adatta a scrivere cronache mondane per i giornali della Capitale. La mano è leggera e la sensibilità è tenerella, sottile: qualità che cadranno con gli anni come una peluria giovanile e che qualche lettore rimpiangerà.

Quella sera il conte e la contessa di Marciac, l’uno uscendo dalla sua stanza, e l’altra dal suo boudoir, s’incontrarono attraversando il salotto. In verità, erano otto lunghi giorni, e forse più, che non si vedevano. Hanno forse tempo di vedersi, marito e moglie? Ciascuno da parte sua ha tanti affari e tanti piaceri e tanti doveri indispensabili! Come non es­sere divisi la notte, quando è necessario che la signora vada al ballo e che il signore vada al Circolo? Come stare insieme il giorno, quando il signore è dal suo agente di cambio e la signora è dalla sarta?
Si guardarono un poco, sorridendo. Egli aveva l’abito nero per una fe­sta, con «quadri viventi» dopo cena: ella era in toilette da ballo. Ella trovava lui molto elegante; egli trovava lei molto bella.
– Buona sera, Andrea!

– Buona sera, Giuliana!
Si guardarono ancora con piacere. Erano contenti di trovarsi così faccia a faccia. Si tesero la mano. Non parlavano, ma pareva che si dovessero dire qualche cosa. Erano sposi da non molto tempo. Com’erano stati felici, in sul principio! Allora sapevano bene trovare il modo di stare in­sieme. Ella non andava al ballo; egli non andava al Circolo.
Oh, quelle dolci sere, in quel salotto, d’innanzi al caminetto, sotto il chiarore languido del lume, mentre il the fumava nella tazza della China!
Era dunque fuggita per sempre quell’epoca felice che sorrideva nella loro memoria? Fuggita? Perché? Non era forse possibile riaccendere la rosea lampada dell’intimità? Non era forse possibile, anche quella stessa sera, d’un tratto, sedersi nelle poltrone, d’innanzi al fuoco, e prendersi le mani parlando a bassa voce, e suonar il campanello per chiedere il the?
Quanto sarebbe dolce rimanere a casa, insieme, ed amarsi come una volta!
Si guardarono ancora teneramente. Le loro mani non s’erano disgiunte. Un altro minuto, e l’uno saltava al collo dell’altra, d’improvviso…
Ma via, che avevano? Erano matti? Che idee strane eran mai quelle?
Ebbero ambedue un piccolo sussulto, e risero come fa chi si sveglia da un sogno impossibile. Uscirono dal salotto, discesero la scalinata, l’uno al fianco dell’altra, facendo delle ciarle insignificanti. Alla porta si separarono.
– Buona sera, conte.
– Buona sera, contessa.
E salirono nelle loro carrozze per andare ad annoiarsi senza neanche portar in fondo all’anima il rimpianto dell’occasione perduta!

Gabriele D’Annunzio, Favole mondane, Garzanti

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2 thoughts on “Com’era delicato il Vate, da giovane! D’ANNUNZIO, FAVOLE MONDANE

    1. la coa interessante, in quessto D’Annunzio ventenne è, secondo md, la sua dimensione “sentimentale” che poi andrà cadendo come le piume di un uccello giorane. Sono lavori su commissione, per i giornali, e sappiamo quanto il D’Annunzio maturo sarà attento al committente; diventa dunque difficile sapere quanto D’Annunzio abbia assecondato, in queste prove giovanili, una sua vocazione al sentimento e quanto abbia concesso all’editore che gli aveva commissionato queste cronachi. Certo è che lo scrittore, a vent’anni, era già formato.

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