Chiaroscuri ‘900 (III). Il poeta dentro e fuori. CORRADO GOVONI

govoni autoritratto ridotto

Tutti i poeti hanno un dentro e un fuori. Anche i non-poeti, si capisce, ma rivoltare un poeta come un guanto è certo più interessante che compiere la stessa operazione col nostro commercialista (mentre lo scrivo mi viene il dubbio che potrebbe essere vero il contrario, ma ormai è fatta). L’altro giorno ho letto i versi di un giovane poeta e sono andato a cercarmelo in rete: volevo ordinare un suo libro e ho trovato lui che mi guardava, in bianco e nero, bellissimo, quasi come Antonin Artaud trentenne, non il vecchio relitto di cui abbiamo pubblicato una lettera. Anche la postura del giovane poeta era elegante; guardandolo, sembrava inevitabile che di lì a poco avrebbe fatto irruzione nella fotografia una troupe televisiva di Sky Mag per un’intervista: lui era comunque pronto, lo è, immagino, anche in questo momento, e di giorno e di notte perché intorno alla sua persona c’è sempre un set, lo percepisci nell’aria. Quando mi staccai dall’immagine del poeta, i suoi versi mi parvero del tutto estranei alla sua immagine, era come se un fabbricante di cioccolato si fosse divertito a mettere una Barbie in un uovo pasquale col nastro azzurro: il dentro e il fuori non corrispondevano.
Ma qual era il dentro, e quale il fuori?
L’immagine che contrassegna questo post è l’Autoritratto di Corrado Govoni – poeta crepuscolare, poi futurista – in forma di calligramma, anche se bisogna dire che l’autore ha un po’ barato perché il vero calligramma è composto solo di parole e non prevede quella facciona a uovo che si è fatta Govoni con la matita. Assumiamo per convenzione che l’Autoritratto sia il fuori del poeta, e andiamo a leggere una delle sue più celebrate poesie, La trombettina. Qual è il dentro? Il verso mite del vecchio che riesce a leggere attraverso la lente della cataratte la magia impalpabile della fiera o il bambino esuberante che fa esplodere dalla sua zucca a uovo parole futuriste?
P.S. Qui termina il nostro trittico primonovecentesco.

La trombettina

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,

che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,

la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola

che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.

Corrado Govoni, La trombettina, “Poesie elettriche”, Quodlibet

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