In galleria. Gli orti del teatro.

 

filodrammatici 1Idraulici e avvocati, studenti e geometri, salumieri e pensionati: le filodrammatiche degli anni Cinquanta erano la rappresentazione plastica di un interclassismo operoso che la Democrazia Cristiana tentava di realizzare a livello politico praticando sofisticate alchimie e delicati, complessi equilibri.
Le signore erano rare, ridotte al minimo indispensabile e, se appena era possibile, i ruoli femminili venivano ricoperti da signoroni corpulenti, meglio se barbuti perché nelle farse finali , che erano di rigore, il contrasto fra quei pelacci e i rossetti, i belletti, le gonnone e i fazzolettoni faceva ancora più ridere. Le mogli, le sorelle, le fidanzate erano comunque utilissime in retrovia, dunque a casa, per cucire costumi, tuniche e fondalini. Ben visti, anzi necessari i bambini e gli adolescenti, maschi e femmine, perché il repertorio delle filodrammatiche prevedeva molti drammi familiari, e nelle scene madri era necessario mostrare la piccola vittima in carne ed ossa, volta a volta figlia illegittima, orfana, incompresa.
L’impegno dei filodrammatici era rigoroso, come ispirato a un imperativo morale profondo. Artigiani, operai, professionisti, maestre di catechismo passavano le loro serate, dopo il lavoro, discutendo sui copioni e soprattutto provando. Tutto questo fervore non prevedeva alcuna ricompensa (anzi, erano gli attori che si autofinanziavano) se non il piacere di esibirsi di fronte ad amici, parenti e pubblico del quartiere. C’era, in queste imprese spontanee, una modestia che oggi mi sembra tanto più preziosa in quanto inconsapevole: non avreste trovato, infatti, nelle stagioni dei filodrammatici, un classico, ma titoli come Un dramma in miniera, Scacco matto, I seguaci di Giuda, Lo spettro bianco, Tormento, Focolare infranto. E dire che, in quanto produttori di se stessi, quegli attori avrebbero potuto decidere di sbizzarrirsi con i capolavori shakespeariani, goldoniani, ibseniani. La borghesia colta (?), ovviamente, snobbava con un sorriso il lavoro di quegli umili artigiani del teatro, che magari la mattina erano andati a riparare un rubinetto nelle loro case, e andavano al Teatro Comunale a vedere Gassman, Ricci e Ruggeri.
Oggi, la coltivazione di questi virtuosi, dimenticati orti minori può sembrare stravagante e incomprensibile. E comprensibilmente, perché nell’epoca dei bandi che giustamente favoriscono i progetti teatrali le compagnie novae (quelle dei più attempati non esistono quasi più) affrontano i più arcigni monumenti teatrali con la serenità del neonato nell’incubatrice. La leggerezza è prerogativa dei giovani, si sa, e chi non ha mai preso a sassate un classico alzi la mano, ma ogni tanto qualche promotore di bando potrebbe assumere il ruolo dell’adulto e fare “Ehm… ehm”, discretamente, fra le quinte. Non per conculcare la creatività, ci mancherebbe: un colpetto di tosse potrebbe essere l’embrione della consapevolezza, chissà.

 

 

 

 

 

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