Quelle schiave degli anni ’50. AUDIO

C_0_articolo_426460_listatakes_itemTake_1_immaginetakeA prima vista, l’audiodocumentario può assomigliare a quegli animali che sono riusciti a sopravvivere per molti milioni di anni, come il celacanto, un pescione a grandi scaglie che, non essendo commestibile, viene pescato solo per sbaglio e che anche per questa ragione, credo, ha potuto stabilire questo straordinario record di durata. Anche l’audiodocumentario se ne sta oggi per conto suo dopo aver vissuto una decorosa esistenza nei vivai della radio pubblica fino agli anni ’50, ma per inabissarsi senza rimedio con la nascita della televisione. Per svariati decenni, l’audiodocumentario ha nuotato in acque tanto buie e profonde da far pensare che fosse estinto – anzi, in realtà nessuno ci faceva caso: tranne i casi di parenti e amici, sono rari i casi in cui ci viene certificata una scomparsa; le cose e le persone svaniscono, per lo più, senza che ce ne accorgiamo. Invece l’audiodocumentario non se n’era andato, l’ha fatto riemergere Audiodoc, la prima associazione italiana di autori e autrici indipendenti di documentari (http://www.audiodoc.it/).
Vorrei proporvene uno di Lea Nocera e Daria D’Antonio, La fine delle case chiuse. Un racconto dell’Italia degli anni ’50, un documento e attuale in un’epoca in cui la Lega ripropone la riapertura dei casini.
http://www.audiodoc.it/documentario.php?id_doc=198&lang=1

 

 

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