Dopo Casanova

Ieri sera, due repliche de “Il ritorno di Casanova”

* Com’è andata?

* Beh, tu lo sai che cosa è diventata la critica teatrale negli anni. I critici militanti non ci sono più, e nemmeno quelli paludati – per quanto sembri assurdo, viene da rimpiangerli, quei recensori da museo delle cere. La critica ha reagito nel modo più prevedibile, perché, tu lo sai, si tratta di un rito, solamente di un rito che ha perduto perfino quella patina di frivolezza e di malignità che aveva. Dunque la critica ha reagito come poteva reagire: qualcuno ha scritto che c’era poco Schnitzler, cosa vera, peraltro; altri hanno messo in evidenza l’eccessiva frammentazione delle sequenze: avrebbero gradito una maggiore fluidità – piace sempre, la fluidità, già la parola suona bene, molto meglio di “frammentazione”; alcuni se la sono cavata col riassuntino del romanzo di Schnitzler comparandolo con la nostra scrittura scenica, ed è parso, a costoro, di essersi proprio impegnati a fondo. Non potevano mancare gli entusiasti, no, forse il termine è eccessivo, diciamo gli emotivi: sì, agli emotivi è piaciuto, hanno trovato nello spettacolo dei momenti molto lirici e molto alti; si sono sentiti toccati personalmente perché la vecchiaia, la decadenza e la morte sono faccende che riguardano tutti, e in particolare quelli che, come loro, hanno una sensibilità così spiccata, addirittura esasperata (hanno anche fornito alcuni esempi tratti dalla loro vita, che qui tralascio). Gli attori sono piaciuti, direi alla maggioranza; per la verità c’è stato anche qualcuno che se l’è cavata all’antica con un “bene tutti” ma non è mancato chi è sceso anche nel dettaglio osando l’aggettivazione: quel Casanova ironico e sofferto, quella Marcolina lucida e provocatoria, quell’Amalia dimessa e vibrante, quell’Olivo candido e disarmante, e la coppia dei contendenti (Lorenzi e il Marchese Celsi) parodistica e graffiante. Questi critici di piccole prospettive sono stati, come sempre, i più democratici: due aggettivi per uno e tutti sono contenti. Insomma, la critica ha svolto il suo compito che era di macinare lo spettacolo col suo ron ron di risacca come fa il mare coi sassi riducendoli in sabbia, solo che il processo critico è molto più veloce. Oggi pomeriggio il rumore di risacca si attenuerà progressivamente e domattina sarà cessato del tutto,

* E il pubblico?

* Direi molto bene: sala piena, applausi convinti e, nella seconda replica, direi addirittura entusiasti. Anche dopo lo spettacolo, commenti molto favorevoli e calorosi, nei camerini. C’erano anche degli amici, quindi benevoli per definizione, ma mi sembravano sinceri. Come sempre succede, in questi casi, riaffiorano personaggi del passato. Io ho incontrato una signora che non vedevo da qualche decennio. Era ancora viva, anzi vivissima, mi ha raccontato molti episodi della vita sua e di suo figlio con grande efficacia narrativa. E un’altra amica, anch’essa viva, mi ha fatto ascoltare dal cellulare i messaggi di una sua nipotina che diceva: “Nonna, ti voglio tanto bene!”, è stata un’interpretazione (quella della bambina nella parte della nipotina) molto convincente, nonostante la giovane età.

* E il dopoteatro?

Direi molto bene. Il locale, naturalmente, era molto affollato e chiassoso e abbiamo faticato a trovare posto tutti, tu sai come succede in questi casi, non si riesce mai a contarsi prima e si devono aggiungere tavoli su tavoli, ma bene, direi, a parte, forse, il vino che era un po’ annacquato, ma forse è stato meglio così, per la salute. C’era anche, in un tavolo appartato, un grande attore del passato, che però era miracolosamente presente, e dunque vivo. Era in compagnia del suo giovane amico, che però, per essere giovane, era un po’ troppo passato come chi non regge il passo dell’altro nel cammino verso la morte. Succede, fra attori, si parte insieme con venti, trent’anni di differenza, poi uno dei due, di solito il più vecchio, incomincia a rallentare il passo; essendo un bravo attore, rallenta in modo impercettibile in modo da dar l’impressione di procedere spedito, così che l’altro, più giovane e inesperto, non se ne accorge e continua a marciare di buona lena; dopo qualche decennio, il più giovane (o meglio: quello che dovrebbe essere più giovane per ragioni anagrafiche) si accorge di essere il più vicino alla morte ma ormai la commedia è fatta, non si può più riscrivere né rimettere in scena. Ci siamo affettuosamente salutati, con la coppia, e ci siamo detti: “Ma tu cosa ci fai qui?”; non ricordo esattamente chi l’abbia detto ma non ha importanza, e ci siamo risposti: “Ho appena finito uno spettacolo”, come Pinocchio e Lucignolo quando si tolgono i berrettoni che coprono le orecchie da somaro.

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