Gadda – Una buona nutrizione

Gadda
Una buona nutrizione

GADDA LOCANDINA27/02/2013

Sottrarre al lettore un testo narrativo per affidarlo alle voci degli attori è un gesto arbitrario, quasi violento e comunque azzardato come un salto di corsia. Un testo scritto è concepito per essere affidato a un lettore perché ne decodifichi lettere, parole, frasi, periodi, alla ricerca di un senso; è un’operazione che lo stesso lettore modella su una sua personale fisiologia della lettura – una sorta di orologio che regola il tempo del racconto così come può essere vissuto da quello specifico lettore. Col procedere delle pagine il rapporto diventa sempre più stretto, più intimo; qualunque voce venisse a interferire nel dialogo autore/lettore sarebbe indiscreta, inaccettabile come quella di un importuno che tentasse di inserirsi tra le parole di un dialogo amoroso. Nella messa in scena di un testo narrativo (non sottoposto a una sceneggiatura e quindi presentato nella sua letteraria integrità) il circuito della comunicazione si presenta del tutto diverso: alla porta d’ingresso dell’occhio si affianca quella, non meno importante, dell’orecchio; la voce del racconto viene sostituita da quelle degli attori che nel nostro caso si combinano con le musiche di scena: un registro – o, se si vuole, un ulteriore arbitrio che viene a sparigliare le carte. Lo spettatore che scorre queste righe in attesa che lo spettacolo abbia inizio, può legittimamente chiedersi perché mettere in scena un testo che l’autore aveva destinato a tutt’altra fruizione. Credo che la risposta possa venire dalla stessa scrittura di Gadda e dal peso con cui le sue metafore intervengono nel racconto, immagini verbali che, ci pare, chiedano di essere rappresentate, mediante una trasformazione fisica, quella appunto del suono, sul palcoscenico. La trama del racconto di cui presentiamo la reinvenzione scenica è tanto semplice quanto ricco e articolato è il suo linguaggio: siamo in Toscana, al confine con la Liguria; i brontolii della seconda guerra mondiale appena iniziata raggiungono la sperduta proprietà dell’Alloro che ospita, l’una vicina all’altra, la famiglia della giovane Lisa e una pensione per fanciulle, gestita dalla signora Wedekind. (Qui l’omaggio alla malizia di Gadda è doveroso: Frank Wedekind, uno dei padri del teatro espressionista, fu anche autore di un’opera in prosa, Mine Haha, ambientata in un grande parco costellato di casette, dove centinaia di bambine e di fanciulle vengono educate alla consapevolezza del corpo). Dunque, in questo angolo di verde fuori dal mondo giunge dal nulla un monumentale giovanotto – una presenza tanto vistosa che non potrà fare a meno di generare turbamenti e delusioni. Accanto ai personaggi del racconto (Elena – una ragazza più grande della sua età – la mamma e la zia di Lisa, il servo Baciccia, la domestica Lena, il misterioso giardiniere Cesare) convivono, e con pari incidenza narrativa, i lauri che abbracciano la villa dell’Alloro (“Si direbbero cani assai belli, e un po’ inutili dopo spenta la caccia, che si raccolgano d’attorno al padrone, annusandogli a quando a quando le scarpe”), i passeri che “sfrullavano via dalle rame come altrettante pere che cadessero all’insù” e cento altre presenze che solcano per un attimo la scena grazie alle voci e ai corpi degli attori, testimoni e artefici del trasferimento di senso dalla pagina alla scena.

A.G.

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Roberto Accornero, Francesco Benedetto, Chiara Francese, Eleni Molos, Carlo Nigra

Lo staff
Francesco Rigoni, Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco

creazione scenica di Paolo Brunati

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