Federico Fellini – RadioFellini

Federico Fellini

RadioFellini

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novembre 2011

Gli sketch radiofonici furono le prime sceneggiature con le quali si cimentò Federico Fellini negli anni 1939-42. Nessuna affinità con Harold Pinter, per il quale il lavoro presso la BBC aveva rappresentato una rigorosa palestra di drammaturgia; per Fellini, la radio è un’attività che gli consente di guadagnare qualcosa e che quindi si può fare con la mano sinistra. Ma, come si sa, la mano sinistra risponde all’emisfero cerebrale destro, che sovrintende alla creatività, ed è forse per questo che, pur nel disimpegno delle scenette tirate giù alla buona (o forse proprio grazie ad esso) prendono forma, in questa frammentaria e casuale opera radiofonica di Fellini, personaggi e tecniche che ritroveremo nel suo cinema. Per quanto riguarda i personaggi, in queste scenette si alternano chiromanti, cialtrone, ragionieri alla berlina, meschini autori di canzonette, studentini assatanati, innamorati stucchevoli e, più in generale, si delinea la fisiognomica di una borghesia che il Fascismo metteva alla berlina (a parole), ma che Fellini osserva con sorridente pietà e partecipazione. Quanto alle tecniche, due appaiono evidenti: il dialogo, proprio dell’avanspettacolo, finalizzato alla battuta (cioè alla risata), e lo svelamento delle strutture che l’autore sta mettendo in atto. Può riuscire difficile, allo spettatore di oggi, immaginare il cinismo che caratterizzò l’avanspettacolo; siamo infatti abituati a leggere, dietro le battute del comico d’oggi, una qualche allusione, se non a un mondo morale, almeno a una critica di costume: intenti che mancano del tutto al comico (e all’autore) d’avanspettacolo, per il quale la battuta è l’unica finalità del suo lavoro, costi quel che costi. È dunque inevitabile che le battute vadano a pescare nel plebeo e – cosa più interessante – nell’assurdo: la coerenza, infatti, così come la logica, sono faccende che riguardano il teatro “serio”, ma non possono in alcun modo essere prese in considerazione da un comico che deve guadagnarsi la pagnotta e uscire illeso da quei teatrini bollenti di periferia e che proprio Fellini ha raccontato nel suo film Roma. La tecnica dello svelamento alla quale accennavo consiste nel dichiarare (improvvisamente, e con effetto comico) il luogo reale nel quale sta agendo l’attore. Ad esempio, un naufrago domanda a un abitante di una sconosciuta isola alla quale è approdato: “Dove sono io?”. Risposta di un indigeno: “Negli studi dell’Eiar”. La finzione, faticosamente costruita, cade in pezzi provocando il sorriso degli spettatori, come se nel bel mezzo di una rappresentazione dell’Amleto un pompiere ricordasse al principe che non si trova sugli spalti del castello di Elsinore ma al teatro Gobetti, e che bisognerebbe stringere un po’ perché il pubblico deve prendere l’ultimo autobus. La trovata è ovviamente facile ma se riandiamo al finale di 8 e mezzo e alla passerella di tutti i personaggi del film che scendono dalla inutile, crudele struttura, possiamo pensare che gli svelamenti radiofonici di Fellini fossero gli embrioni di una poetica che egli, forse inconsapevolmente, andava nutrendo: che costituissero, insomma, una sorta di perno intorno al quale costruiva la sua drammaturgia.

A. G.

La regia
Alberto Gozzi

I testi
Marcello Ferrara

Gli attori
Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Marco Intraia, Anna Montalenti, Eleni Molos, Carlo Nigra, Paola Roman, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai

Lo staff
Francesco Rigoni, Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante

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